07 giugno 2011

Les Nombres d'Or (2): Vanille e Oud

Solitamente non amo granché la vaniglia nei profumi. La cosa è curiosa perché da appassionato di cucina quale sono e da goloso anche di dolci, si potrebbe pensare il contrario. Eppure questa spezia si usa proprio per profumare i dessert, per donar loro quella sfumatura particolare ed avvolgente che sin dalla cottura si spande poi in tutto l'ambiente circostante li rende ancor più invitanti. Tuttavia mi piace tanto da gustare quanto poco la sopporto in dosi preponderanti in un profumo. La trovo spesso un passepartout per colmare lacune creative e rendere un profumo piacione.
Per fortuna non è sempre così e a volte si trova chi come Mona di Orio ha il coraggio di uscire dalla strada più battuta per tentare percorsi più avventurosi e stimolanti. Ciò che colpisce di Vanille è che non si tratta di una vaniglia gourmand nel senso piu scontato e mangereccio, semmai in senso alcolico.

La fragranza trae infatti l'ispirazione da un'impressione di viaggio, come il fantasma di un vascello di ritorno dalle isole Comore col suo carico di spezie, le sue botti di rhum, arance e naturalmente i preziosi baccelli di vaniglia.
L'apertura con assoluta di rhum e una traccia di arancia amara riporta per un attimo ad un ottimo palloncino di Grand Marnier da sorseggiare. Allo stemperarsi della freschezza alcoolica si inizia a percepire un retrogusto con le sfumature fruttate di foglie e bucce d'agrume e la legnosità della barrique via via rinforzati dalla speziatura del chiodo di garofano. Quest'ultimo prepara la scena al vero protagonista, un'assoluta di vaniglia estratta al diossido di carbonio che ne conserva intatta la sensazione del baccello asciutto e croccante: la vaniglia si spoglia di ogni connotazione appiccicosa e si fa fiore, frutto, legno e spezia per raccontarci la sua evoluzione da fiore d'orchidea alla credenza della cucina. Il fondo del profumo è tutto in delicatezza per non soverchiare il tema portante della fragranza aggiungendo solo un contrappunto tostato di guaiaco che riprende le spezie asciutte e ancora legno di sandalo, balsamo di Tolù e note ambrate che gli conferiscono un tocco morbido e lievemente animale.

Mentre Vétyver, Tubéreuse e Vanille sono l'omaggio di Mona di Orio a temi classici della profumeria di tutti i tempi, quando l'ho rivista a Milano in occasione di Esxence 2011, mi ha sorpreso con la sua ultima inaspettata creazione, l'Oud, nata espressamente per soddsfare i suoi clienti mediorientali. L'oud, da sempre la più preziosa essenza d'oriente, solo recentemente è stata apprezzata dal gusto occidentale. Grazie anche a chi l'ha introdotta, naturale o sintetica, oramai un decennio fa sia in fragranze di nicchia che per il mass market (come non ricordare M7 di Yves Saint Laurent) di fatto ha avuto un tale successo da poterla definire oramai un nuovo classico della profumeria. L'oud naturale, oltre ad avere un aroma penetrante e viscerale, ha un processo di maturazione lunghissimo che richiede decenni e ne determina il costo iperbolico. Quindi quando Mona ha chiesto al suo fornitore di materie prime di procurarle dell'oud di buona qualità, non mi sono meravigliato di sentirle dire che gliene avesse portato una piccola fiala il cui costo sfiorava i 18.000 dollari.
Mi racconta anche che un'altra nota con cui avrebbe sempre voluto lavorare ma che poi alla fine non è mai riuscita a utilizzare perché non adatta all'architettura olfattiva delle sue composizioni era l'osmanthus, un fiore molto particolare originario della Cina. L'assoluta di osmanthus, io ho la fortuna di possederne un assaggio, è ipnotico,  è qualcosa da morirci dietro e solo lontanamente ricorda un fiore, anzi le sfumature preponderanti sono quelle fruttate, cuoiate e quasi animali ma come avvolte in un velluto di sconvolgente morbidezza. Meditando sull'intenso oud è nata finalmente l'opportunità di unirli in una nuova magnetica alchimia. La fragranza che ne risulta è complessa, asciutta ma pastosa, dominata dall'equilibrio tra i due protagonisti e i loro multiformi aspetti.

L'apertura è fresca di mandarino e petitgrain che alludono all'aspetto verde e più aereo dell'oud, subito incalzati dalla voce balsamica del pepe. La fragranza si fa più calda mostrando il lato floreale dell'osmanthus, ma è solo un volo che plana sul velluto d'albicocca che riveste un albero millenario e selvaggio. La sua rotondità rivela il lato animale dell'osmanthus che abbraccia quello dell'oud, appena accennato. Questo nettare di legno infine è reso ancora più intossicante dall'opoponaco col la sua dolcezza medicinale unita alla resina di olibanum di Somalia a donare un tocco balsamico che ha fissato l'aroma per ore sulla mia pelle con una scia sensuale.
Come per i migliori Oud sarebbe interessante provare questa notevole fragranza in diluizione oleosa. Chissà che l'avventurosa Mona non ci stia già pensando.

1 commento:

gretel ha detto...

La nuova era della vaniglia per me (che non ho mai amato nemmeno nei dolci,figuriamoci addosso) è incominciata l'anno scorso con la scoperta di Havana Vanille di Artisan Parfumeur, una vaniglia fuori dagli schemi con sentori di tabacco e rum secco che trovo semplicemente adorabile. Poi la vaniglia di Frapin, brandy alla vaniglia e legni secchi, notevole pure lei e ora.. Questa di Mona di Orio, sempre su mouillette, mi ha convinto ancora di più. Non ho potuto comprendere a pieno la fase post alcolica e le note speziate legnose del guaiaco e toulu ma ho un vago ricordo di una nota fresca/mentolata che mi era piaciuta molto. e vaniglia sia!

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